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In occasione della mostra dedicata alle incisioni di Eugène Delatre e Alfredo Müller presso il Museo Montmartre di Parigi

L’associazione Livorno delle Nazioni presenta

Un documentario di Hélène Koehl e Livia Giunti

da un’idea dell’Associazione Les Amis d’Alfredo Müller e SANTIFANTI ©2013

venerdì 29 novembre, ore 17.30

Sala degli Specchi – Museo Fattori (Villa Mimbelli)

Alfredo Müller, pittore e incisore italo-francese, nacque a Livorno nel 1869 e morì a Parigi nel 1939; nessuno studio critico è mai stato intrapreso sulla sua opera, che resta dunque riservata a pochi intimi, malgrado l’importante mostra che si è tenuta a Livorno nella primavera del 2011 ai Granai di Villa Mimbelli.

Se Livorno non fosse stata la Livorno delle Nazioni, Alfredo Müller non sarebbe mai esistito: semplicemente non sarebbe mai nato. Egli è uno di quegli “eterni livornesi” preceduti da generazioni di antenati provenienti da luoghi molto distanti e diversi, che non si sarebbero mai incrociati se il porto del Granducato di Toscana non li avesse riuniti qui. È la Livorno delle Nazioni che lo porta qui, come europeo senza frontiere prima ancora che questo concetto esistesse, ma “condannato” ai pregiudizi nazionalisti in ogni luogo dove visse; figlio di un negoziante internazionale svizzero, nipote di un medico anglo-svizzero, Charles Schintz, che era presidente della Congregazione protestante Olandese-Alemanna, pronipote di Agostino Kotzian – uno dei personaggi chiave nella storia della ferrovia Leopolda, la prima via ferrata toscana – cugino del pedagogo Enrico Mayer e dell’umanista Giampietro Vieusseux, discendente di un capitano della marina irlandese che aveva sposato la figlioccia di Benjamin Franklin, conosciuta a Tunisi, e che oggi riposa nell’antico cimitero degli Inglesi di Livorno…

Fu certamente l’amicizia con Puccini e la sua influenza, ora dimenticata, a riunire i giovani pittori avanguardisti del Club La Bohème a Torre del Lago, dove la famiglia Müller passava l’estate, nella villa del prozio Kotzian (oggi villa Orlando). Alfredo Müller è certamente un eroe romantico dal destino tragico. Giovane e ricco, Müller vede rovinate le proprie fortune dal crack della Banca di Livorno del 1890; la sua pittura, screditata dal maestro della scuola macchiaiola Giovanni Fattori, è ritenuta colpevole – con le sue ascendenze francesi – di influenzare i giovani artisti della sua generazione, spregiativamente definiti “Mullerini” dallo stesso Fattori; nel 1895 è immigrante squattrinato in Francia, e infine viene bloccato a Firenze nel 1914 a causa della guerra.

Dobbiamo forse accontentarci che la presenza di questo pittore nella storia dell’arte e nel cielo di Livorno e della Toscana sia come quella di una cometa, che lascia al suo passaggio nient’altro che una sottile polvere dorata? E se invece provassimo a interessarci alla sua opera? Ma come si può farlo se non la si osserva? Come comprendere la sua pittura se non si guardano da vicino quelle sorprendenti pennellate di colore disseminate sulle tavole di legno? Nel 1922 in occasione di una sua personale a Milano, Müller si augurava che: «il  pubblico e la critica possano analizzare senza preconcetti  il  mio  istinto che è l’arte  mia».

E così sia! Francesco Andreotti, Azzurra Conti, Livia Giunti e Hélène Koehl l’hanno preso in parola e hanno accettato la sfida, organizzando una mostra temporanea di una ventina di opere, ospitata nella Galleria Studio d’Arte dell’Ottocento di Livorno, per invitare lo spettatore a fare un viaggio iniziatico nel cuore della sua pittura.

L’occhio della telecamera segue il lavoro del pittore, pennellata dopo pennellata, cogliendo l’inedita sequenza di colori e forme che si susseguono su supporti diversi, cercando infine di restituire il percorso di uno sguardo intento ad esplorare la tela. Man mano, lungo il viaggio, la magia erompe, e l’artista ― considerato fin troppo cerebrale dai suoi contemporanei per via di quella tecnica pittorica che rimanda sia a Claude Monet, scoperto a Parigi nel 1890, sia a Paul Cézanne con cui Müller ha dipinto (senza dimenticare la lezione del suo primo maestro, il ritrattista fiorentino Michele Gordigiani) ― torna a essere semplicemente Müller, un personaggio seducente dalla pittura malinconica e luminosa. Vi sono poi le sue acqueforti che evocano il decennio trascorso a Parigi. Il viaggio è accompagnato dal pianoforte di Ellina Akimova, dalla voce di Matteo Giunti che interpreta Müller, dalle parole di Verlaine e Dante recitate da Livia Giunti e Francesco Andreotti, e infine dalla magnifica voce della soprano Andreea Soare che canta il Giusto cielo di Rossini, un’aria che ha la capacità di restituire meglio di qualunque discorso l’ambientazione delle Arlecchinate di Müller, scene tragiche ma dal tono leggero.

Hélène Koehl, presidente dell’associazione Les Amis d’Alfredo Müller

(traduzione Matteo e Livia Giunti)

 Oggi, l’associazione Livorno delle Nazioni Vi invita, insieme ai realizzatori del film, a intraprendere un viaggio intimo alla scoperta di questo misconosciuto artista che, dopo tutto e prima di tutto, è uno dei grandi livornesi da non dimenticare.

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Sito ufficiale Les Amis d’Alfredo Müller: http://alfredomuller.info/
Sito ufficiale SANTIFANTI: http://www.santifanti.net/

Allegati:
Presentazione 29 novembre (PDF)

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 French-Italian painter and engraver Alfredo Müller was born in Livorno in 1869 and died in Paris in 1939. No critical study has ever been made of his work which has therefore remained the domain of a few intimate admirers, despite the important exhibition that was held in Livorno in the spring of 2011 at the Granai di Villa Mimbelli.

If Livorno had not been the Livorno of Nations, Alfredo Müller would never have existed: he would simply never have been born. He is one of those “eternal Livornese” preceded by generations of ancestors who came from distant and diverse places, whose paths would never have crossed if the port of the Grand Duchy of Tuscany had not reunited them here. It was this “Livorno delle Nazioni” that brought him to the city, a ‘borderless European’ long before the concept existed, but “condemned” to suffer nationalist prejudices wherever he lived. He was the son of an international Swiss trader, grandson of an Anglo-Swiss doctor, Charles Schintz, president of the Dutch-German Protestant Congregation, great-grandson of Agostino Kotzian – one of the key figures in the history of the Leopoldian railway line, the first in Tuscany -, cousin of scholar Enrico Mayer and humanist Giampietro Vieusseux, and descendant of a captain of the Irish marines, now buried in Livorno’s Old English Cemetery, who married Benjamin Franklin’s goddaughter whom he had met in Tunis.

It was undoubtedly Müller’s friendship with Puccini and his now forgotten influence that united young avant-garde painters of the Club La Bohème at Torre del Lago, where the Müller family spent the summer in the villa that belonged to his great uncle Kotzian (now the Villa Orlando). Alfredo Muller is certainly a romantic hero with a tragic destiny. As a wealthy young man, he saw his fortunes ruined by the collapse of the Bank of Livorno in 1890; his painting, discredited by the master of the Macchiaioli school Giovanni Fattori, was held responsible – with his French background – for influencing young artists of his generation, derogatorily called “Müllerini” by Fattori himself; in 1895 he emigrated without a penny to France, and in 1914 was forced to stay in Florence because of the war.

Should we perhaps make do with the fact that the presence of this artist in the history of art is like that of a comet passing over Livorno and Tuscany, leaving in its trail no more than a fine golden dust? What if, instead, we tried to find out more about his work? But how can we do that without seeing it? How can we understand Müller’s painting if we cannot get a close look at his astonishing brush strokes? In 1922, during a solo exhibition in Milan, the artist expressed his wish that, «the public and critics will analyse without prejudice my instinct, which is my art».

Well, so be it! Francesco Andreotti, Azzurra Conti, Livia Giunti and Hélène Koehl took the artist by his word and rose to the challenge, organising a temporary exhibition of around twenty of his works at the Galleria Studio d’Arte dell’Ottocento in Livorno, thereby inviting the observer to set out on a journey into the heart of Müller’s painting.

The eye of the camera follows the artist’s work, stroke by stroke, capturing an original sequence of colours and forms that lead one to another on various supports. It tries to identify with the gaze of someone intent on exploring the canvas. Gradually, along the way, the magic erupts and the artist – considered much too highbrow by his contemporaries because of a painting technique that echoes both Claude Monet, whom he discovered in Paris in 1890, and Paul Cézanne with whom he painted (never forgetting the lessons of his first teacher, Florentine portrait artist Michele Gordigiani) – comes back to being simply Müller, a captivating figure who makes melancholy, light-filled paintings. There are his etchings, too, recalling the decade he spent in Paris. The journey is accompanied by Ellina Akimova on piano, the voice of Matteo Giunti as Müller, the words of Verlaine and Dante recited by Livia Giunti and Francesco Andreotti, and, lastly, the magnificent voice of soprano Andreea Soare singing Rossini’s Giusto Ciel, an aria capable, more than any discourse, of rendering the atmosphere of Müller’s Arlecchinate, tragic scenes with a lightness of spirit.

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